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Difendersi dall'Inflazione: il TFR

Si torna a parlare di inflazione: a ottobre ha raggiunto il 3,20% in Italia, il 4% nell’area Euro e il 6,2% negli Stati Uniti. Non è una bella cosa. L’inflazione è stata giustamente definita una tassa occulta, che grava soprattutto su chi non è in grado di adeguare facilmente il proprio reddito all’aumentare del costo della vita e su chi non ha modo di ricercare forme di investimento che lo proteggano adeguatamente.


Per tutti i lavoratori dipendenti è utile ricordare che uno strumento di difesa dall’inflazione è sicuramente il TFR.

Quanto rende il TFR accantonato?

È piuttosto semplice, anche se non sempre noto: rende l’1,5% + il 75% dell’inflazione. Con l’inflazione di ottobre quindi il TFR rende il 2,40% (che rappresenta il 75% dell’inflazione) + 1,5% = 3,90%. Questo rendimento è tassato a fine anno al 17%, per cui nel nostro esempio il rendimento netto sarebbe pari al 3,24%.



È poco o è molto? È davvero molto! Pensiamoci: il TFR gode della garanzia dell’INPS quindi, in termini di rischio, può essere assimilato ad un titolo di stato. Oggi un BTP con scadenza a 10 anni rende lo 0,95% ed è a tasso fisso, quindi completamente esposto ad eventuali ulteriori aumenti dell’inflazione. I nostri titoli di stato offrono i rendimenti più alti tra quelli dell’area Euro, con la sola eccezione della Grecia, i cui titoli a 10 anni comunque rendono l’1,23%, ancora molto meno dell’inflazione e sempre con un tasso fisso.

Prendiamo ora un BTP che, come il TFR, sia indicizzato all’inflazione: il BTPei, indicizzato all’inflazione dell’area euro, che scade il 15 maggio 2028, se acquistato oggi dà un rendimento alla scadenza netto pari a -0,88% reale, quindi lo 0,88% meno dell’inflazione. Con inflazione pari a 3,20% rende quindi 2,32%.

Ciò nonostante, è rarissimo sentir parlar bene del TFR. È meglio versarlo in un fondo pensione: questa è l’affermazione che si sente sempre, con pochissime eccezioni (la principale quella del Professor Scienza). Siamo a fine anno e tra poco inizieranno ad uscire raffronti del tipo “nel 2021 i fondi pensione fanno meglio del TFR”: ma i fondi pensione hanno un contenuto più o meno forte di investimenti azionari; se le borse hanno un anno positivo (ed il 2021 con molta probabilità lo sarà) è normale che i fondi facciamo meglio del TFR.



Ma questo che significa? Quando le borse avranno un anno negativo potremo dire che il TFR è preferibile ai fondi? In realtà stiamo confrontando mele con pere: sono due prodotti diversi, con caratteristiche di rischio e rendimento atteso del tutto diverse. Se, come sempre conviene fare, non ci fermiamo al confronto tra due prodotti ma consideriamo come questi si inseriscono nel nostro portafoglio di investimenti, allora possiamo notare che il TFR va a far parte della componente obbligazionaria con rendimento indicizzato all’inflazione (è di fatto un’obbligazione legata all’inflazione con garanzia pubblica), mentre l’accantonamento al fondo pensione, che può essere fatto anche in aggiunta al TFR, può, in misura da definire, rientrare tra le obbligazioni a tasso fisso e gli investimenti azionari. I due versamenti possono benissimo essere complementari, non sono necessariamente alternativi.


Posso quindi destinare il TFR alla protezione del capitale dall’inflazione e l’accantonamento al fondo pensione in parte allo stesso obiettivo (sapendo però che oggi ci sono ben pochi strumenti finanziari che offrono lo stesso tipo di protezione che il TFR assicura) ed in più alla ricerca di un extra-rendimento, collegato alla parte azionaria.


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